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La chiesa del Romitorio
Testi a cura di Gaetano Squilla  maggiori info autore

Visitando l'attuale Cappella del Romitorio, avevo capito subito che essa non doveva essere molto antica e che la sua costruzione bisognava farla risalire ad una data relativamente recente. Al tempo, infatti, del vescovo Piccardi, la Cappella si presento di minuscole proporzioni: cioè l'affresco, nel masso, dell'Addolorata; il dipinto dentro un arco di pietre lavorate; nel muro dipinti, oltre alla Vergine che tiene sulle ginocchia il Cristo, anche due Angeli; un altare di cemento con predella e non candelabri, ma del tutto spoglio; nella porta neppure un cancello. 
  
E penso che nei due secoli successivi al 1663 lo stata della Cappellina sia andato a mano a mano peggiorando: in realtà mon se ne ha più notizia e pare che il dipinto sia stato riscoperto sotto un cumulo di macerie da un pastore, Luigi Cotugno. Ora, riporto qui con piacere notizie particolareggiate, non solo degne di fede, ma degne di essere tramandate per la loro attendibilità nella storia della Chiesetta del Romitorio. Sono notizie pero che forse non vanno più lontane circa di un secolo dall'anno di grazia 1975. Chi ci ha 'lasciato le seguenti memorie non solo era nato nel 1894, quindi all'epoca degli avvenimenti che mi accingo a narrare, ma egli ebbe anche la fortuna idi essere informato de, sua zia, nata, nel 1879; inoltre era pronipote della protagonista di questa, storia, cioè di Rachele Babusci da tutti chiamate, Rachele Calliato, certamente perché Callisto fu il nome del padre (1). 
  
Rachele Babusci deve essere considerata la fondatrice del piccolo santuario del Romitorio. Fu questa donna, di S. Vincenzo Vecchio, una povera analfabeta, ma tanto devota e buona, a volere fermamente per tutta una vita la costruzione del Santuario. Pur senza mezzi e conoscenze idi sorta, alla sua morte aveva realizzato il suo sogno. I tempi erano difficili nell'ultimo quarto del secolo passata, e Rachele che non aveva un soldo e aveva perduto la, speranza di poter trovare aiuti nel suo paese, prese, fiduciosa nella Provvidenza, l'ardite, decisione di tentare l'avventura della Capitale. Dopo tre giorni di cammino a piedi arrivò a Roma e qui cominciò il suo lungo peregrinare di casa in casa: chiedeva l'elemosina e,aiuti, trascinando per anni una vita di stenti e di sacrifici, sempre con lo sguardo fisso ad una chiesetta più grande da costruire lassù, alle pendici del monte del suo paese. 
  
Una nobildonna romana, una contessa, contessa Rachele e le venne incontro generosamente, dandole da mangiare e da dormire. Non fu pero solo questo l'aiuto dato a Rachele, perché la contessa presentandola ad altre nobili signore diede alla buona donna di S. Vincenzo la facilita di raccogliere una discreta somma di danaro. La speranza e il sogno si avviavano a diventare realtà,. Rachele, tornando la prima volta a S. Vincenzo, consegno la somma a custodire, per essere in un secondo tempo impiegata alla costruzione del Santuario, ad un onesto e fidato concittadino, Di Rocco Geremia fu Raffaele, nominato cassiere. Subito dopo, convinta che la somma gia raccolta fosse insufficiente a portare a termine l'opera costruita già solo col pensiero, riprese la via di Roma con l'intenzione di chiedere altre elemosine. Sempre a piedi, come per una vocazione a cui non poteva dire di no, quasi sospinta da una voce, andò e torno più volte per chiedere in carità altro denaro e veder crescere la somma che potesse bastare alla fabbrica del piccolo Santuario. Finalmente l'incarico di costruire la chiesetta come la vediamo oggi presso a poco, con l'atrio, con le due stanze e la cucina, fu dato attorno all'anno 1890 al muratore Alfonso Degni.
 
La costruzione fu terminata nel 1894 o 1895, e molte donne del principio del nostro secolo ricordavano di aver portato pietre o, altro materiale lassù. Dopo la fabbrica Rachele non era ancora soddisfatta: eppure aveva realizzato il suo sogno che le costava sacrifici e umiliazioni. E tornò a Roma. Comprò il quadro dell'Addolorata e lo fece collocare sull'altare; e col quadro acquisto altri oggetti necessari per la chisetta ed una Via Cruicis. Rachele non era ancora contenta. Vendette la poca proprietà e torno a Roma per ordinare ad uno scultore la statua della Madonna della Pietà. Quando la pia donna vide la prima volta la statua, resto commossa profondamente; fu tale la commozione che, colpita da malore, ne mori poco dopo. La contessa che le era stata idi grande aiuto per anni, fece seppellire Rachele Babusci nel Verano in un posto riservato. Poi, a sue spese spedì la statua della Madonna a S. Vincenzo Vecchio.
 
La statua, tolta dalla cassa in località detta " alla Croce ", accompagnata dalla Confraternita del SS.mo Sacramento e dal popolo, trasportata nella Chiesetta del Romitorio, fu collocata nella nicchia dove si trova ancora presentemente. E la statua, ormai cara ad ogni cittadino di S. Vincenzo Valle Roveto, e quella stessa che torna nella sera di settembre di ogni anno, preceduta da un, corteo di devoti con torce al vento, nelle, Chiesa parrocchiale. Ho voluto in questo mio lavoro storico inserire la vicenda gentile, un racconto di una fede straordinaria, il racconto di Rachele, che non e una favola mia un monito ed un esempio: un monito alla nostra fede, troppo spesso debole se non interessata, un esempio di abnegazione che può albergare soltanto in anime semplici e umili. La ormai annuale processione di settembre ebbe luogo la prima volta, anche se non possiamo stabilire l'anno preciso, all'inizio del secolo nostro. 
  
Lo ricorda benissimo Giuseppe Del Vecchio, che ci ha lasciato questo prezioso documento. Egli era ancora fanciullo di una decina d'anni circa e ricorda l'avvenimento nei suoi minuti particolari. Allora i1 paese di S. Vincenzo era uno solo: non ancora lo aveva diviso lo spaventoso terremoto del 13 gennaio 1915, e con tutto il popolo di S. Vincenzo in festa era anche buona parte del popolo di Morrea. Tante erano le torce accese nelle prime ore .Della notte mentre una banda al completo accompagnava la Madonna dal Romitorio al paese; e lunghi erano stati gli spari dei mortaretti all'inizio della processione che si illuminava nella discesa del percorso campestre allo scoppio delle granate; e numerosi i palloncini che volteggiavano in cielo o cadevano tra i campi, i cespugli e le stoppie. All'arrivo in paese della statua della, Madonna, prima che entrasse nella Chiesa Parrocchiale, addobbata a festa, il Vice Parroco, D. Salvatore Matachione, pronuncio il discorso d'occasione. Fu esso il primo di una lunga serie. Quante volte lo ha pronunziato, chi scrive queste pagine di storia? Non lo ricorda. A questo punto mi piace fare una divagazione: purché il luogo ove sorge il piccolo santuario, cosi lontano nel tempo, si chiamo e si chiama Romitorio? E da quando? Nella relazione del vescovo Piccardi del 1663 la Cappellina era chiamata Oratorio di S. Francesco, perché la tradizione vo leva, come ho gia detto, che S. Francesco avesse pregato in quel luogo solitario e tanto suggestivo. Ma poi e da quando è giunta fino a noi quella chiesina col nome di Romitorio? Non lo sappiamo. 
  
Ma io penso che con gli anni abbia preso quel nome perché il luogo e veramente romito, cioè solitario ed appartato, fatto per la pietà e la preghiera. Oppure, ma lo ritengo poco probabile, non poté chiamrla Romitorio a causa della primitiva parola Oratorio, che si trasformo lentamente da Oratorio in Romitorio? E non potrebbe addirittura essere stato chiamato Romitorio perché per qualche periodo della sua esistenza rimase lassù a custodirlo un eremita, sinonimo di Romito, come nella famosa poesia di Giovanni Berchet: " Il Romito del Cenisio? ". Questa ultima ipotesi credo che sia la meno probabile; infatti, in una relazione del secolo passate, precisamente di D. Luigi Matachione al vescovo De Niquesa, il parroco di S. Vincenzo affermava, che nella Parrocchia non vi erano né Romitori, né Oratori.
 

Note
(1) Le notizie che appaiono in questo capitole sono stesse prese da un quaderno di memorie, lasciate dal Sig. Giuseppe Del Vecchio, padre dell'attuale Abate di S. Silvestro di Sora, D. Domenico Del Vecchio.
 
Testi tratti dal libro Il Romitorio e le chiese di S. Vincenzo Valle Roveto
 

 

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