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La chiesa del Romitorio
Testi a cura di Gaetano Squilla  maggiori info autore
Sono salito la prima volta alla Cappella del Romitorio con l'amico Guido Croce, ex-sindaco dei Comune di S. Vincenzo Valle Roveto, la mattina del 2 maggio del 1975. Lo desideravo da tanto tempo di visitare quella Cappella. Non una volta sola, nel settembre, durante i miei oltre cinquanta anni di sacerdozio, ho rivolto la parola mon solo alla folla che accompagna,a ogni anno in quel mese la Madonna del Romitorio dalle pendici del monte alla Chiesa Parrocchiale di S. Vincenzo Vecchio, una anche a, tutti i buoni fedeli che aspettano in. paese l'arrivo della commovente processione. 
 
Ed é stata sempre immancabile la presenza devota di buona parte degli abitanti del nuovo paese di S. Vincenzo, sorto in fondo alla Valle Roveto, al di la della Nazionale SS. 82, del fiume Liri e della Ferrovia Roccasecea-Avezzano. E' la nostalgia del passato che non ha perso ancora il suo fascino e rivive come in un sogno nell'anima di una gente. In quella sera, non sempre la stessa, di ogni settembre, 'le popolazioni dei due paesi, separate dalla, dolorosa vicenda del terremoto distruttore, tornano a pregare insieme, a cantare insieme, a gioire insieme. Cosi, mentre io salivo al Romitorio, comprendevo meglio la fede e l'entusiasmo di un popolo che nel corso degli anni ha visto crescere e non diminuire il suo attaccamento a quel luogo sacro, considerato sempre da tante generazioni un'oasi di speranza. Gli uomini passato ma resta quella festa di stelle, di canti, di ceri, di granate, di musiche, di evviva, di preghiere: la festa di due paesi, riuniti da tante memorie, che ridiventano per una sera uno solo, nella cornice allegra di altri fedeli, venuti in gran numero dai paeselli vicini a rendere più simpatica e più bella quell'armonie, di cuori.
 
Come dimenticare nella fresca sera settembrina quel corteo lungo di luci, quel coro che canta devotamente, quella processione che scende lenta e solenne dal monte benedetto, ove la Vergine Dolorosa, ha da secoli la sua sede e prega tutti i giorni il Divino Figliuolo, che regge fra le braccia, per le fortune di S. Vincenzo Vallle Roveto? Tali pensieri mi accompagnano durante la salita al Romitorio quando ebbi ancora, una volta la prova di quella fede e di tanto amore da vari gruppetti di donne che vanno ogni mattina lassù nel mese m,ariano a pregare la Madonna. Chi ci potrà dire da quando e incominciato quell'atto d'amore'? Quelle pie donne continuavano la tradizione come nell'adempimento di un voto, come, trasportate dal dovere verso il passato, e si portavano nel mese del sole e dei fiori nella chiesetta antichissima, dove per una sacra memoria, mai venuta meno, il popolo crede che il Poverello si inginocchio e pregò. 
  
Anche se il documento storico manca, d'altra parte nessuno potrebbe troppo avventatamente negare a priori che S. Francesco sia passato nella nostra Valle e abbia sostato in quel luogo solitario e montuoso, e abbia pregato nella Cappellina della Pietà, meta da tempi immemorabili di tutto un popolo, rimasto fedele ad una devozione casi bella (1). E torno alla mia prima visita al Romitorio. Dal vecchi paese di S. Vincenzo, il cui nome appare la, prima volta nelle cronache del Chartarium Casumariense nel secolo XI e viene poi consacrato nel!la BOlla di Alessandro III del 1170 diretta al Monastero di Casamari, attraverso ad una traccia di strada, che attende una definitiva sistemazione, si sale lentamente. Sono due chilometri circa di cammino: la prima merita può essere percorsa da una buona macchina, anche se le sue gomme saranno sottoposte a durissimo lavoro, a causa del pessimo stato della strada, mentre l'altra meta deve essere percorsa a piedi per una stradicciuola di campagna, non proprio comoda, ma neppure impossibile a chi è abituato a non tenere conto di qualche ciottolo e non ha paura di superare dislivelli di piccola entità. Dopo avere attraversato un gruppo di stalle che si incontrano alle pendici dei infanti, e quando la strada si fa leggermente più ripida, il panorama diventa sempre più vario e stupendo. Anzi, prima di affrontare l'ultimo tratto, non fa male sostare alquanto per riposarsi, e volgere lo sguardo alla Valle Roveto. 
 
La visione che hai davanti i vasta e superba. Di frante svetta imponente e dominatore, ancora con numerose chiazze dl neve, Pizzodeta. A nord:sono visibili i Simibruini che proseguono la catena degli Ernici per culminare al Monte Viglio. A sud, invece, i monti digradano e, anche se meno valli, fanno il panorama sempre vario e maestoso. Alle spalle si allunga, chiudendo ad oriente Valle Roveto, la catena che partendo da Monte Salviano raggiunge Monte Cornacchia in vista di Sora.  A maggio, da questo punto di osservazione, lo spettacolo è grandioso; e lo dico non solo per campanilismo perché anche io sono nato in questa Valle e qui ho trascorso la mia fanciullezza (il primo amore non si scorda mai), ma perchè e una realtà e un incanto questo verde smeraldo che trionfa in primavera dappertutto: sui monti, sui colli, nei valloni, nei campi. Questo verde continuo viene interrotto solo dal bianco della Nazionale S.S. 82, dal nastro serpeggiante del fiume Liri, dalla Ferrovia Roccasecea-Avezzano e dalle tante strade che allacciano fra loro tutte le località di Valle Roveto. 
  
Cosi nel verde, che domina sovrano in questo mese, ai distinguono più chiaramente i paesi e le frazioni della Valle che lo sguardo può abbracciare girando l'occhio in tutte le direzioni. Ecco lontano come una sfida al tempo il Castello di Balsorano col vecchio paese ai suoi,piedi; ecco Balsorano nuovo che si sviluppò, rapidamente; ecco il miracolo di Roccavivi con i suoi grandi palazzi, con le sue più recenti costruzioni; ecco poi S. Vincenzo nuovo, Castronovo, Rendinara e, lungo la Nazionale, Rosce S. Restituta. Ed ecco a nord arroccata nella sua rupe e attorno ai ruderi del,suo castello medievale Morrea. Ma lo spettacolo da questo luogo di vedetta, a meta realtà, me lo ha offerto indescrivibile il territorio sottostante del bevicchio paese di S. Vincenzo. Il paese ha conservato in parte, restaurandole e rendendole più accoglienti, le sue antiche case, e non e raro ammirazione qualche portale non del tutto trascurabile degli ultimi tre secoli; ma gli abitanti tenaci ed operosi di S. Vincenzo hanno anche abbellito la periferia dell'antico abitato di non poche villette e idi belle palazzine. 
  
Dunque il territorio che si estende attorno alle abitazioni del paese, protetto dai monti ad oriente e difeso a settentrione e a mezzogiorno da leggere colline, sembra una piccola conca ove si alternano alture insignificanti e piccoli pianori con, ricchi oliveti e vigneti riparati, con campi fertilissimi, ove non. mancano gli alberi da frutto. Il paesaggio è bellissimo: vedendo dall'alto questo territorio, riparato dai venti e battuto dal sole fino alle ore ultime del giorno, ci spieghiamo perché i vini delle cantine di S. Vincenzo siano tanto pregiati e l'olio che esce dei suoi frantoi sia tanto ricercato. La campagna è a maggio meravigliosa col suo verde e con i suoi profumi; ma che sarà alla fine di maggio, al principio di giugno e per la festa di S. Giovanni, quando i colli, i prati e i pendii che accendono ripidi sulla Nazionale ai copriranno del giallo delle ginestre? Il panorama di S. Vincenzo era incantevole in quel momento, ed esso con la porzione di Valle Roveto abbracciata dal mio sguardo mi dava i motivi di quanto vado descrivendo: poi il mio pensiero si allargava non più nello spazio ma nel tempo e mi trasportava lontano. 
  
Quanta storia mi ripassava davanti mentre rievocano i secoli e le memorie più sacre di questa carissima terra! E mi semibrava che mi giungessero all'orecchio e mi parlassero al cuore gli echi dei canti dei pellegrini, delle numerose compagnie che per una lunga serie di anni si sono portate, spinte dal profondo sentimento religioso, dalla Valle del Liri, dalla Marsica e da Valle Roveto, proprio nei primi, giorni di maggio, nella Grotta di S. Angelo, in Balsarano, lungo quel Vallone pietroso ove solo 1'aquila ha sede. E rivedevo con la mente i, superstiti di Bocca Vecchia fuggire spaventati dal vecchio paese, travolto dalla valanga del 1600, e portare con se sorretti dalla speranza i ricordi di un passato, descritto di lavoro e idi fede. Ma lassù tornano ogni luglio gli abitanti della, nuova Roacavivi a cantare le lodi della Madonna e a ringraziare la Vergine delle Grazie dell'aiuto prestato in quella immane sciagura. 
  
Quante memori anche lassù, a Rendinara! A poche centinaia idi metri dal paese sono visibili ancora i resti della chiesetta di S. Lucia, che scriveva la sua, storia attorno al Mille; e sempre vivo è il ricordo sul Monte Centauro, a circa 1000 metri di altitudine, del pio eremita S. Ermete (Santo Romito nel dialetto del luogo), vissuto per fare penitenza e fare tanto bene e, quelle popolazioni alpestri del Medio Evo. E più lontano al di sopra dello Schioppo, un altro storico tempietto, non ancora del tutto corroso dagli anni, la chiesetta della Madonna del Cauto. Sono finite da tempo le polemiche tra i monaci di Casamari e i Signori di Antena (Civita d'Antino) che rivendicavano (ciascuna parte per sè) nel secolo XII l'antica chiesetta e i suoi beni. Oggi è silenzio e pace attorno a quella sacra dimora; il tempo pero non ha potute cancellare la meravigliosa fede del popolo di Morino che a, primavera seguita a visitare quelle mura che parlane nel 1oro attuale squallore di una pietà intramontabile. A Castronovo molte memorie sono state travolte dagli animi, ma non dice nulla al nostro spirito la campanella giunta fino a noi come un cimelio prezioso?
  
L'anno 1072, scolpito su quel, sacro bronzo, non ci racconta una storia lontana d'amore? Nell'altro versante del mio posto idi osservazione, due memorie sacre lontanissime: la Madonna della Ritornata, addossata alla montagna e tanto caria a Civita d'Antino e a Morrea, e il Fontanile di S. Elia nel territorio di S. Giovanni. Ricordando quei luoghi, torniamo col pensiero ad epoche remote, quando le nostre terre, dominate ed oppresse dai barbari, cercavano in alto la salvezza, trovando un barlume di speranza solo nella religione cristiana che pacificava i vincitori e i vinti e popolava di chiese, di cappelle e di monasteri i nostri colli e le nostre montagne. E per i sentieri sassosi e fangosi rivedevo nella immaginazione i gruppi di devoti (erano tanti i pellegrini di Sora, d,ei paesi di Valle Roveto e della Marsica) che giungevano il 27 settembre di ogni anno su al vecchio paese di S. Giovanni a pregare S. Diodato. 
  
Fatto questo giro di orizzonte, guardavo nel fondo della Valle. Dopo la precedente rievocazione che potrebbe apparire inutile o superflua, non posso, in questo anno 1975, dimenticare una chiesetta, forse la più antica di Valle Roveto, certo la più documentata di secolo in secolo: la chiesetta di S. Restituta in Morrea Inferiore o Rosce - Santa Restituta. Siamo nel 1975, a 17 secoli di distanza dal martirio della Vergine Romana e Martire Sorana, come sempre ci ha narrato una tradizione abbondantemente ultramillenaria. Quella chiesetta, ricordata già nelle cronache cassinesi nel secolo X, sempre esistita fino ai nostri giorni, anche se in qualche secolo quasi diroccata, diventata parrocchia dopo il terremoto deI 1915, distrutta dai bombardamenti del 1944, e poi risorta più splendida idi prima, ci ha quasi per volere della Provvidenza rivelato in questi ultimi mesi un .cimelio antichissimo.
 
Non può essere celebrato più solennemente e più orgogliosamente il centenario di S. Restituta, Patrona di Sora e della diocesi, sorana. Nell'antica cripta sottostante alla chiesetta era celate una miracolosa notizia. La scoperta dovuta allo zelo di due Padri della Missione, Padre Raffaele Di Giuseppe e Padre Emilio Rinaldi, ai quali sono state affidate le Parrocchie di S. Reatituta-Rosce e di S. Giovanni Valleroveto. E' stato riportato alla luce e poi restaurato un affresco del secolo IX (ma qualche esperto lo fa risalire a qualche secolo prima) di S. Restituta. E' stato restaurato l'affresco, dopo averlo staccato dal muro, dal Prof. Biagio Cascone, Maestro restauratore dei Musei Vaticani, icon tutti gli accorgimenti moderni e con i mezzi prodigiosi della tecnica di oggi. Casi rivediamo la Vergine Romana, martirizzata per la fede di Cristo sulle rive del Fibreno, come ab immemorabili ci tramanda la tradizione. A fianco, in alto, dell'affresco appare il nome benedetto di Restituta: 'la S di Restituta i indicata da una virgola posta in alto dopo la E, mentre dopo la seconda T e ancora possibile leggere, anche se consunta, con l'aiuto di quanto é rimasto, la lettera U. 
  
Ho voluto ricordare a bella poeta tante memorie antiche telegraficamente; e mi credano i miei lettori che e stato per me un godimento spirituale rimandare con la mente a questi ricordi religiosi, che ici esaltano e ci fanno amare la terra che ei ha visto nascere. Rievocando questa pagina di storia locale, vorrei rivolgermi in modo particolare ai giovani, perché, siano orgogliosi di una fede che le generazioni passate ci hanno lasciata. Ma e m'a idi riprendere, dopo questa pausa, l'ascensione verso il Romitorio. La seconda, parte della, salita non e aspra, tranne un solo punto, che potrà con la buona volontà degli Amministratori Comunali essere addolcito. Nei pressi della Cappella del Romitorio, la stradicciuola campestre ei biforca: a sinistra si prosegue per Morrea, a destra si va, diritti al Romitorio. Un muro fiancheggia a destra il viottolo, oggi allargato, mentre a sinistra ei leva l'altura rocciosa, che sovrastava l'antico Convento. 
  
Dopo aver percorso il viottolo per circa cento passi siamo arrivati alla meta. Da poco tempo, a sinistra di chi entra nel piccolo santuario della Madonna del Romitorio, e stato costruito un fontanile: è l'acqua dello Schioppo (Morino) che serve Castronovo, Rosce - S. Restituta, Morrea, S. Vincenzo Vecchio, S. Giovanni, Balsorano e Ridotti. Avviandoci al santuario, siamo subito davanti all'atrio: un grosso arco con altri due archi a destra e, a sinistra come se fossero portici; a sinistra si guarda alle, montagne,; a destra, da un muro che protegge il santuario, siamo sopra l'antico convento di S. Francesco. Nel primo arco di sinistra si sale, per una scala semicircolare di pietra, a due stanze che potrebbero essere abitate; sotto la prima stanza che s'incontra salendo c'è una piccola cucina con camino. Sotto: le due finestre dell'altra stanza che sta sopra l'arco principale idi accesso alla chiesette, e,sospesa una campanella. Stanze e cucina, penso, saranno servite per abitazione dell'eremita che un tempo forse visse lassù. 
  
Si entra per l'arco principale nella chiesetta; il portale e di antiche pietre lavorate e la porta consiste in un cancello di ferro. Nella parte interna del muro d'ingresso si aprono di qua e di la due finestrine con cancelletti di ferro. Subito dopo l'ingresso troviamo a sinistra la Pietà, una statua dell'Addolorata che tiene tra le braccia il Cristo Crocifisso: e appunto la statua trasportata nel paese di S. Vincenzo Vecchio nel settembre di ogni anno, nelle prime ore della notte, in una processione luminosa, accompagnata da un popolo entusiasta che canta le lodi di Maria. Nella parete di destra s'apre una finestra che da luce all'a Chiesa e che guarda l'antico convento, oggi solo ruderi e rovine. In fondo al tempietto costruito l'altare con una tela della Pietà (e un grosso quadro), di buona fattura. Si sale all'altare per due gradini. Dietro l'altare, sotto la roccia, della montagna, in una Icone che poggia su due capitelli, c'e l'affresco oggi molto sbiadito, della Vergine che tiene sulle ginocchia il Figlio Crocifisso. Senza dubbio questo e il primo dipinto a cui si ispirano quanti vennero a pregare nel Romitorio. 
  
Quando? Non lo sappiamo. Le, chiesetta e lunga circa 9 metri, larga circa 4 e alta circa 6 metri. L'altare col quadro della Pietà e l'affresco, visibile dietro l'altare nella pietra della rupe, sono adorni sempre,di fiori e la devozione è sempre viva in questa gente che si stringe attorno alla sua Madonna e alle tradizioni del passato. Dopo aver visitato il santuario, non si può non visitare il luogo nel quale prospero il Convento di S. Francesco. A pochi passi più giù della Chiesetta, forse con un dislivello di una decina di metri circa, stava il Convento. Riprendendo il viottolo che porta alla Madonna del Romitorio, prima di giungere alla stradicciuola che via a Morrea, o ci riporta a S. Vincenzo Vecchio, si può scendere subito nel terreno occupato un tempo dai Conventuali. A qualche metro sotto il viottolo che conduce al Romitorio, viottolo che da poco tempo e stato allargato, e possibile vedere il pozzo di cui parla la relazione della Visita di Mom. Maurizio Picciardi del 1663. Il campo che si estendeva adiacente a questo pozzo doveva essere sicuramente la vigna dei Francescani. Alcuni metri più in la del campo sono visibili le mura della Chiese, dei Frati e dell'antico Convento. 
  
Qualche muro ancora è ritto per due o tre metri, il resto per le ingiurie del tempo e l'incuria degli uomini e solo un ricordo. Cosi della chiesa, del convento, del cortile con la piazza, del portico, delle stanze per i servizi, per il refettorio, per i dormitori, per le, cucina, per la cantina resta oggi solo un mucchio di rovine, un groviglio di i cespugli, di spine e di erbacce, abbarbicate ai resti delle mura, e niente altro. Il terreno che veniva coltivato attorno al convento, si mota subito, non doveva essere poco; e poi ce lo conferma la relazione del vescovo Piccardi del 1663: un largo spazio idi terra quasi in piano, in leggero pendio. Dovette essere quel luogo nella sua solitudine un'oasi di pace e di grande, spiritualità. Al termine delle mie impressioni, mi gode l'anima constatare che con la fine del convento non e finita lassù una fede che conduce oggi gli abitanti di S. Vincenzo nella C'appella del Romitorio a pregare: in quella chiesetta pregarono, generazioni di fedeli e forse prego, come gia ho ricordato, S. Francesco di Assisi.
   
 

Note
(1) Wadding Lukas. Questo storico parla solo vagamente di due viaggi di S. Francesco in Terra di Lavoro, nel 1222 e nel 1225, anche se il secondo viaggio è negato da altri storici.

 

 


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