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Fontanile di S. Elia
Testi a cura di Gaetano Squilla  maggiori info autore

Al termine dell'opuscolo sulla Madonna del Cauto (Tip. Abbazia di Casamari 1977),  mi domandavo: " A quando ora la visita al Fontanile di S. Elia? ". La domanda ha trovato immediata risposta, perché la visita a quel luogo sacro, anche esso una memoria storica lontana, e avvenuta più presto di quel che pensavo. Dico pero subito la mia prima impressione: credevo di trovare abbondante acqua sorgiva, almeno un piccolo ruscello che scaturito da quella altezza prendesse la via di Valle Roveto. Niente di tutto questo: una vera delusione. Il Fontanile e soltanto un filo d'acqua che attraverso un tubo si versa in una vasca di pietra e da qui in un'altra vasca.
  
Ma procediamo con ordine. Da Luco dei Marsi, dove mi trovavo per predicazione, ero partito la mattina del 20 agosto con i miei nipoti Sinibaldo, Mario e Gianni De Rosa: nella macchina, era anche l'ultimo figliuolo di Mario, il piccolo David, un amore di bambino che rimase quieto e sorridente durante tutta la gita. Furono percorsi a grande velocità i 16 chilometri in pianura della strada asfaltata che da Luco porta a Collelongo: di qua e di la della strada, nei campi, spesso pioppi ed acacie. La pianura percorsa si estende nel territorio sud-occidentale dell'antico Lago di Fucino: a destra, quindi, la catena dei monti che separano la Marsica da Valle Roveto, e a sinistra fino a un secolo fa erano le acque del lago ora prosciugato: la fertile pianura ha sostituito quelle acque. Prima di Collelongo si attraversa Trasacco, che deve il suo nome alla corruzione del termine latino Trans aquas, cioè. Al di là delle acque. 
  
E in verità, chi per 1e pendici dei monti, partendo da Avezzano o da Luco, oppure in barca attraverso il lago, aveva intenzione, prima del prosciugamento del Fucino, di recarsi nella valle di Collelongo e di Villavallelonga, arrivato alle terre di Trasacco, veniva a trovarsi oltre le acque. Prima di giungere a Trasacco, una strada secondaria volge a destra e sale fino alla Chiesa della Madonna della Candelecchia per circa cinque chilometri. Dalla pianura e visibile questo luogo sacro, visitato come un santuario: vi si tengono Esercizi Spirituali per i fedeli dei paesi vicini alla chiesa. La Candelecchia e diventata cosi una oasi di ritiro e di preghiera, come la Grotta di S. Angelo in Balsorano, dove salgono per pregare nel maggio soprattutto, ma anche in altri giorni dell'anno, carovane di pellegrini della Valle Roveto, della Valle del Liri e della Marsica. 
 
Rasentiamo intanto l'abitato di Trasacco e scorgiamo, anche se non completamente, l'antico tempio di S. Cesidio e la Torre Febonia. Dopo Trasacco, la strada, sempre asfaltata, si addentra nella lunga valle dove stanno Collelongo e Villavallelonga. Ai fianchi dei lunghi rettilinei i campi sono seminati a grano, a granturco, ad erba medica, a foraggio per gli animali; non mancano vigneti e campi di lenticchie; fioriscono nella valle anche i mandorli. 
Dappertutto il verde dei colli e più lontani si profilano i monti che circondano la lunga valle Marcolana: appaiono subito più alti i monti che dividono i territori di Collelongo e di Trasacco da quelli di Valle Roveto. Ed ecco l'abitato di Collelongo: passiamo davanti alla Chiesa della Madonna del Rosario della Famiglia Floridi: dentro questa Chiesa il paese ricorda i suoi Caduti. 
A destra, una indicazione: ai Prati di S. Elia. E' la nostra meta. Comincia la salita, piuttosto dura, ma il fondo h sempre asfaltato. Perciò la strada non presenta difficoltà e pericoli, anche se numerose sono le curve. Nell'insieme una gita piacevole e riposante. 
  
All'inizio della salita per i Prati, proprio a poca distanza da Collelongo, la strada si biforca: alla sinistra si prosegue per S. Elia, a destra dopo pochi metri si incontra una chiesa, la Madonna a Monte; e un bel tempio dal soffitto di legno con un portale artistico e una data lontana: 1557! La chiesa e stata restaurata da pochi anni e fu ribenedetta dal Vescovo dei Marsi, Mons. Domenico Valeri, nel 1958. Molti meriti dei restauri vanno al Parroco di Collelongo, D. Rino Rossi, il quale ha dipinto perfino il quadro della Madonna delle Grazie. L'antico quadro, che avevano promesso di restituire, sta ancora all'Aquila. Da molti secoli viene qui venerata la Madonna a Monte dagli abitanti di Collelongo: a me e bastato solo avere accennato al vetusto tempio e alla devozione degli abitanti di Collelongo, perche non e mio compito descrivere il tempio e la sua storia. 
  
Quasi adiacente alla chiesa c'e la casa per la villeggiatura estiva dei seminaristi della diocesi dei Marsi: una delle molte realizzazioni del vescovo Valeri, che ha lasciato ricordi non perituri del suo episcopato. Da questa mia breve monografia storica al venerando vescovo, che dopo un lungo apostolato di bene nella diocesi dei Marsi gode nella sua terra natia il meritato riposo, vada il mio filiale saluto e l'augurio di molti altri anni di vita. Non dimenticherò mai che Mons. Domenico Valeri, nel 1974, nel mio 50' di Sacerdozio, mi onoro con la sua presenza a Sora e a Civitella Roveto. Con cordialità fui accolto in Seminario dal Rettore, Don Mario Pistilli. Allontanandomi, per riprendere la salita appena cominciata, notai nella parete esterna della chiesa degli stemmi gentilizi: non saprei dire a chi un giorno siano appartenuti. Ed ecco di nuovo sulla via che ascende ai Prati di S. Elia. Mentre la salita diventava più dura, scendevano a valle molti muli carichi di legna. 
 
La strada, sempre asfaltata fino alla cima, passa fra gole e avvallamenti: vi dominano fittissimi i faggi e ai margini della strada crescono anche la belladonna, la valeriana, il timo, la menta e altre piante di cui non conosco i nomi. Poi, la lunga vallata si va, salendo, a mano a mano allargando e i faggi si fanno più alti: appare la strada come un viale che prolunga sia nei tratti diritti sia nelle curve, e i faggi ti accompagnano, di qua e di là, con la loro ombra sino alle vette. Tranne i muli che portano al paese la legna tagliata sui monti, poche furono le macchine che riscendevano al piano. Quassù e un godimento la solitudine dell'alta montagna con la sua aria purissima. La salita ormai era alla fine: quando si giunge alle cime più alte della zona montana, la strada asfaltata prosegue a sinistra per i Prati di S. Elia, mentre ha inizio, a destra, un'altra strada, non asfaltata, che conduce a Civita d'Antino. Sapevo che si poteva raggiungere S. Elia da Civita d'Antino, ma preferii venire ai Prati da Collelongo, perché la strada e di gran lunga migliore. 
Il bivio per Civita d'Antino si trova precisamente a 10 chilometri da Collelongo. Dopo il bivio, proseguendo per la strada asfaltata, si apre come un tunnel di faggi; dopo i faggi si discende e si hanno di fronte i Prati di S. Elia. Qui si svolge, nell'agosto di ogni anno, la Sagra dell'Agnello. Ormai, d'estate, in alcuni paesi di Valle Roveto e della Marsica, e anche in altri luoghi vicini e lontani, sono diventate tradizionali e frequentate tali feste gastronomiche e popolari: feste di divertimento e di spensieratezza che richiamano i buongustai da ogni parte e offrono agli intervenuti dell'ottimo castrato, della capta squisita, e anche della tenera pecora. Fanno a gara alcuni nostri paesi della terra di Abruzzo a far gustare agli ospiti intervenuti alle Sagre un arrosto fumante che poi viene innaffiato da un buon bicchiere di vino paesano. Arrivati dunque alla meta, si stende a sinistra il Prato Ranno (cioè il Prato Grande), mentre a destra si scende, dopo aver lasciato 1'ultimo tratto della strada asfaltata; a questo punto viene presa la via mulattiera che porta al Fontanile di S. Elia. Per un altro tunnel di piante si accede ad una larga conca; in fondo ad essa si apre come una cisterna rotonda: una grossa vasca a cemento che raccoglie acqua piovana, che può essere versata più giu in un'altra vasca. Nei prati in salita che si estendono sulla cisterna pascolavano mucche e cavalli. La macchina da questo momento non servi più, e cosi per l'antica via mulattiera, non molto larga e neppure molto comoda, si scese a piedi rapidamente e ripidamente tra i boschi al Fontanile di S. Elia. Finalmente allo storico Fontanile! Ripeto ancora una volta che il Fontanile di S. Elia, ricordato in documenti storici, nelle memorie del popolo e anche nelle carte militari, e una delusione. Un filo d'acqua per un tubo si versa in una vasca lunga circa sei metri e larga presso a poco un metro. Segue alla prima una seconda vasca, larga forse un metro e mezzo e lunga piu di cinque metri. Le due vasche sono protette da muriccioli di recente costruzione, alti circa mezzo metro. Risalgono le due vasche di pietra a una ventina di anni fa, o poco più, quando sindaco del Comune di S. Vincenzo Valle Roveto era Guido Croce. " La catena che domina ad oriente la Valle Roveto, partendo dai Tre Confini (m. 1098) e andando verso nord, presenta le cime di Colle Vallaneta (m. 1970), Monte Breccioso (1982), Colle Pizzuto (m. 1709) e Colle Mattoni (m. 1528), nei cipressi un nome , il Fontanile di sant'Elia, ci richiama a ricordi lontani, ad una memoria sacra, oggi sepolta dal tempo".
Cosi scrivevo nel 1966 (1). Il Fontanile, quindi, di S. Elia si trova a circa 1500 metri. Ci troviamo ad uno dei punti piu bassi della catena orientale di Valle Roveto: era la zona montuosa che poteva dare un passaggio meno difficile a chi intendeva da Balsorano o da S. Vincenzo Valle Roveto valicare i monti e recarsi a Collelongo, a Villavallelonga o al Fucino. Infatti, dopo Colle Mattoni e il Fontanile di S. Elia la catena montuosa comincia ad elevarsi di nuovo con Forca Colubrica (m. 1558) per arrivare alle altezze superiori di Colle Stazzo Pavone (m, 1770), di Colle Grotta Ferretti (m. 1712), ' di Monte Longagna (m. 1777), di Monte Romanella (m. 17 59). 
Anche ora in questo stretto vallone passa la stradicciola che certamente vi passo sempre, da epoche remote: era la mulattiera che guidava i viandanti, i pellegrini o gli uomini d'affari diretti dalla Valle Roveto nella Marsica, o viceversa. 
Mi risulta che durante i mesi che andarono dal novembre 1948 a tutto il maggio del 1944, anche gente proveniente da Sora percorreva quella mulattiera per rifornirsi di cereali e di patate, allora introvabili. Furono tempi tristi e difficili per tutti i paesi che si trovavano nelle immediate retrovie del combattuto fronte di Cassino. Attorno al Fontanile di S. Elia, poverissimo di acque, vennero ad abbeverarsi per secoli gli animali che pasc<>lati() su quei monti; anche durante i pochi minuti della nostra permanenza nella zona di S. Elia, si seguirono numerosi i cavalli e le mucche che venivano a dissetarsi. Tutta la zona e invitante ed amena; so che nei mesi estivi non e raro vedere accampati gruppi di giovani in quei prati; quei giovani trascorrono qualche settimana in quei luoghi so litari e selvaggi sentendo il richiamo di Dio, di cui ci accorgiamo tutti nella vita di avere tanto bisogno. 
Alcuni giorni prima del 20 agosto una comitiva di giovani cattolici della Parrocchia di S. Silvestro in Sora aveva piantato le sue tende per un paio di settimane lassù: i giovani erano stati accompagnati dal loro Parroco. 
Anche il 20 agosto giu nel Prato Ranno c'era un discreto numero di macchine e di turisti. 
Io pero, pur amando le altezze, non ero venuto solo per respirare quell'aria; scopo principale era quello di vedere il famoso Fontanile, ma soprattutto vedere dove sorsero la Chiesa e il Convento di S. Elia. Infatti, si vede ancora qualche rudere; qualche muricciolo sepolto ancora affiora dalla terra; pietre che servirono per costruzioni ancora si levano qua e la a poca distanza dalle vasche del Fontanile. E' visibile anche un arco di volta. 
Una lontana memoria narra che sul pendio del colle nei pressi del Fontanile, esistette un piccolo convento di Basiliani, mentre e accertata la presenza di una chiesa in quella solitudine che ascoltava sempre il mormorio delle poche acque del Fontanile. Chi sa, pero, quante volte la solitudine di quell'eremo fu scossa dai venti della tormenta e delle bufere! 
Quell'eremo fu certamente un rifugio sicuro e benefico ai solitari viandanti che valicavano la montagna per recarsi da Valle Roveto a Collelongo o da Collelongo a Valle Roveto. 
Dobbiamo credere cosi che quei monaci vennero lassù non solo per pregare e fuggire il mondo, ma anche per essere utili ai viandanti e ai pellegrini sorpresi dalla tempesta o in cerca di ricovero. Dovette essere veramente cristiana e umana l'opera di quei monaci. 
In quella gola, attraversata da un'erta e scoscesa mulattiera, fu sicuramente dura la vita, in special modo durante l'inverno, con la neve alta e tra gli ululati paurosi dei lupi affamati! A distanza di secoli, quei solitari sono ancora degni del nostro ricordo e della nostra ammirazione. In tempi difficili, funestati da banditi e da malviventi, da invasori e barbari senza scrupoli, quei seguaci autentici del Vangelo seppero ospitare nella carità di Cristo quanti, passando tra quei monti, ebbero bisogno di aiuto, di un pane, di un piatto caldo di minestra, di un giaciglio per dormire, di una parola amica. 
La Chiesa di Cristo resto sempre all'avanguardia nell'amore fraternol Eppure a torto viene presa di mira in <ig"i tempo da nemici ed ingrati, pur avendo assolto sempre comunque la sua missione di bene fra gli uomini e avendo rivolto il suo amore a coloro che ebbero maggior bisogno di umanità! 
Andando ora lassù, tutto tace all'intorno: a pochi metri dal Fontanile solamente ruderi insignificanti. Nella zona, dove sorsero il convento e la chiesa, sono ancora visibili delle grosse e vecchie piante; qualcuna e seccata, qualche altra fu schiantata forse dal fulmine. Le pietre sono tante nella collina sopra la stradicciola che fiancheggia il Fontanile. 
Le vestigia e i resti di un passato scomparso! 
E se il Fontanile con la scarsezza dell'acqua, con la rozzezza delle due vasche, con gli avanzi meschini ancora visibili di costruzioni e di una chiesa ti ha messo tanta mestizia nel cuore, ti risolleva subito il pensiero che lassù si esercito uria pietà sublime e che in piccolo anche tra quei monti si operò per anni il miracolo dell'assistenza eroica dei monaci del passo del Gran S. Bernardo e che nella chiesetta di S. Elia, palle pareti forse spoglie, certamente disadorne e non affrescte, si prego Dio e si amarono gli uomini. 
Quando riprendemmo la via del ritorno, risalendo la pendice che porta ai Prati di S. Elia, ero tanto soddisfatto: avevo visto con i miei occhi un luogo sacro, tante volte benedetto da chi era stato sorpreso dalla tempesta, da chi aveva trovato nella notte buia in un convento un'oasi di pace. Era trascorsa un'ora dal mezzogiorno quando risalimmo sull'automobile, lasciata presso la grande cisterna.
Tirava fresco un leggero venticello; il cielo era attraversato da molte nuvole sparse, ma tra gli squarci di esse il sole faceva continuamente capolino. In quel momento il clima era ideale e sul crinale della montagna si respirava a pieni polmoni. Ci fermammo per qualche minuto a osservare lo spettacolo offerto dal Prato Ranno e dalla Macchia di S. Leonardo che prosegue poi con altri boschi fino a S. Giovanni Valle Roveto, fino a Balsorano. Ed eccoci di nuovo sulla strada asfaltata, percorsa qualche ora prima, con la sola differenza che, tornando, la strada era tutta in discesa: qui, non lo avevo notato nel venire, fioriscono molti garofani di montagna. Al bivio per Civita d'Antino, desiderai deviare e percorrere un tratto della strada che porta a Civita; la via non e asfaltata, come ho gia detto pocanzi. " Da quella strada, pensavo, potrò vedere qualche lembo di Valle Roveto ". Non mi ero sbagliato. Dopo un paio di chi1<iinctri circa apparve una zona di Valle Roveto: sebbene avvolti dalla caligine si riconoscevano perfettamente Balsorano Vecchio, la frazione di Collepiano, Pizzodeta il gigante, e in fondo, lontana, Sora con la sua pianura, e meno distinti i monti al di la della Valle del Liri. Fatti ancora non piu di duecento metri, dal mio posto di osservazione, allungando la vista tra i valloni e i dirupi della montagna, apparvero distinte Bendinava con i suoi monti e la Valle dello Schioppo di Morino. Dai due punti della strada in cui mi fermai non erano visibili ne Balsorano, ne Boccavivi, ne S. Vincenzo. 
Dopo la breve deviazione nella strada di Civita d'Antino, fu ripresa la strada per Collelongo. Nella discesa si allargò stupendo l'orizzonte: il panorama che era rimasto nel salire quasi sempre alle nostre spalle, nella discesa ci offrì visioni sempre diverse: si ripassava per i valloni e per i boschi e dall'alto si spiegavano allo sguardo nel piano i campi dopo la mietitura con le loro stoppie giallastre. Ecco il territorio di Collelongo e immediato quello di Trasacco; poi, ecco a destra i campi lontani di Villavallelonga con numerose mandre di pecore e di capre, e a sinistra, a perdita d'occhio, la pianura del fertilissimo Fucino. 
A Collelongo si era tornati nel piano e si rifacevano i rettilinei del mattino che ci ricondussero in un baleno a Luco dei Marsi.
 

 


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